La sanità è una politica per lo sviluppo dei territori 08/10/2026 News Quando una famiglia deve decidere dove vivere, costruisce una lista mentale di condizioni. Lavoro, abitazione, scuole, connessioni, qualità dell’ambiente. E poi, quasi sempre, una domanda che raramente compare nelle strategie di attrattività territoriale: se mio figlio si ammala, trovo un pediatra? Se mia madre ha bisogno di cure, quanto dista l’ospedale più vicino? La sanità è diventata una variabile competitiva tra i territori. E il 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale documenta con precisione perché questa variabile sta diventando sempre più decisiva. E sempre più ineguale. Il dato centrale del Rapporto è insieme tecnico e politico: l’accesso alle cure dipende sempre più da due variabili, il luogo in cui una persona vive e la sua capacità di spesa. Il SSN continua a garantire risultati di salute complessivamente buoni, ma sta diventando progressivamente incapace di assicurare cure tempestive ed eque. Il monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza mostra differenze territoriali significative e persistenti. E GIMBE avverte che superare formalmente le soglie degli indicatori non significa che le prestazioni siano realmente accessibili. È la distanza tra diritto formale e diritto sostanziale — tra quello che la legge garantisce e quello che una persona riesce concretamente a ottenere dipende sempre di più dal suo codice postale. Per le montagne e le aree interne questa distanza è strutturale. Una scuola distante cinquanta chilometri non equivale a una scuola sotto casa. Ovvio. Una connessione digitale instabile non equivale alla fibra. Altrettanto ovvio. Un ospedale raggiungibile solo in automobile, su strade di montagna, non garantisce lo stesso diritto alla salute di un pronto soccorso a dieci minuti. Ancora più ovvio. Eppure… Dal 2025 è stato introdotto nel riparto del Fondo sanitario un correttivo per tenere conto delle specificità delle regioni meno densamente popolate, ma GIMBE rileva che il suo impatto rimane limitato. Mortalità prematura e determinanti socio-economiche pesano appena lo 0,75% ciascuna nei criteri di ripartizione. Il sistema continua a trattare sostanzialmente allo stesso modo territori profondamente diversi — e trattare allo stesso modo ciò che è diverso non è equità, è una forma più sofisticata di disuguaglianza. Garantire un servizio sanitario in un’area metropolitana e garantirlo in una vallata alpina non comporta gli stessi costi per abitante. Cambiano le distanze, i bacini di utenza, la mobilità, la capacità di attrarre professionisti. L’equità richiede di riconoscere il costo della perifericità — non per conservare ogni servizio com’era trent’anni fa, ma per garantire gli stessi diritti attraverso modelli organizzativi differenti. La dimensione competitiva emerge con ancora più forza quando si guardano i dati sul personale sanitario. Tra il 2019 e il 2024 i medici di medicina generale sono diminuiti di 5.197 unità, il 12,4%. I pediatri di libera scelta sono calati del 14,8%. Il 78,7% della carenza stimata di pediatri si concentra in Lombardia, Piemonte e Veneto — le regioni dove la competizione per attrarre famiglie qualificate nei territori periferici è più intensa. Possiamo creare posti di lavoro qualificati, investire nell’innovazione, costruire ecosistemi produttivi. Se un giovane ingegnere che vogliamo portare a vivere in montagna non trova un pediatra per i propri figli, la nostra offerta territoriale rimane incompleta. Il territorio è un ecosistema. La sanità ne è una componente strutturale, non un accessorio. La stessa logica vale per chi la sanità la esercita. L’Italia dispone di 5,8 medici ogni mille abitanti contro una media OCSE di 4, eppure il SSN incontra crescenti difficoltà nell’attrarli e trattenerli nelle aree periferiche. Per gli infermieri il divario è ancora più netto: 6,9 ogni mille abitanti contro 9,7 della media OCSE. Un professionista sanitario decide dove lavorare sulla base della retribuzione, ma contano anche l’organizzazione, le tecnologie disponibili, le possibilità di crescita, la qualità della vita del territorio. La crisi del personale nelle aree periferiche è un problema di attrattività territoriale prima ancora che di organici — ed è esattamente il problema che affrontano le imprese quando cercano di trattenere talenti in territori che la narrazione dominante descrive come marginali. Il PNRR ha destinato 15,63 miliardi alla Missione Salute, investendo in Case della Comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, telemedicina, digitalizzazione. GIMBE pone però una domanda scomoda: costruire la struttura non significa farla funzionare. Servono persone, competenze, tecnologie, organizzazione, connessioni con il resto del sistema. L’infrastruttura senza ecosistema rischia di essere soltanto hardware. Vale per un centro di ricerca, per un incubatore, per un’università. E vale per una Casa della Comunità in una valle alpina. Proprio qui però si apre una prospettiva che vale la pena esplorare. La domanda giusta non è come conservare nelle aree montane il modello sanitario costruito nel Novecento. È quale modello sanitario serva alla montagna del XXI secolo. Telemedicina, diagnostica a distanza, assistenza domiciliare, intelligenza artificiale, interoperabilità dei dati e nuove professionalità sanitarie possono ridurre il costo della distanza — non eliminarlo, ma gestirlo in modo radicalmente diverso. Le aree a bassa densità potrebbero diventare laboratori di innovazione sanitaria invece che luoghi in cui è semplicemente più costoso mantenere il sistema esistente. Dalla compensazione alla sperimentazione. Dalla periferia come problema alla periferia come luogo in cui inventare soluzioni nuove. C’è infine una spirale che i dati del Rapporto rendono difficile ignorare. Un territorio perde abitanti. Diventa più costoso mantenere i servizi. I servizi si riducono. Il territorio diventa meno attrattivo. Altre persone se ne vanno. Per anni abbiamo pensato che prima venisse lo sviluppo economico e che poi, grazie alla ricchezza prodotta, fosse possibile finanziare servizi migliori. Nelle aree che perdono popolazione questo ragionamento va rovesciato. Senza servizi non si attraggono persone. Senza persone si perdono competenze. Senza competenze diminuisce la capacità di innovare. E senza innovazione diventa ancora più difficile produrre sviluppo. La sanità è una delle precondizioni dello sviluppo territoriale — non una sua conseguenza. E forse proprio dalle montagne può partire una nuova idea di sanità territoriale: meno ossessionata dalla conservazione del passato e più capace di usare innovazione e capitale umano per rendere esigibile un principio semplice. I diritti non possono diminuire con l’aumentare dell’altitudine. Precedente Successivo