La letteratura delle aree interne e la trappola narrativa da evitare 06/10/2026 Pensieri In questi giorni arrivano in libreria tre libri che parlano di montagna, paesi, spopolamento. Carmine Abate con I giorni dell’arrivederci (Mondadori), Franco Arminio con la nuova edizione di Terracarne (Mondadori), Daniele Zovi con Sugli Appennini (Raffaello Cortina). Li leggerò. Ma ho già un timore, e preferisco nominarlo prima. Il timore è che questi tre libri, pur diversi per lingua, sensibilità e intenzione, finiscano per fare la stessa cosa: raccontare bene una storia che sarebbe meglio smettere di raccontare. Esiste una narrazione che i territori in declino costruiscono su se stessi: sentita come vera al di là dei fatti, impermeabile alle smentite. Nelle periferie suona così: avevamo qualcosa, ce l’hanno rubato, chi ce lo restituisce fa giustizia. È una storia di orgoglio ferito, di riconoscimento negato, di colpa proiettata verso l’esterno. Le aree interne italiane hanno la loro versione. Cambia la forma, non la struttura: il dolore di chi è partito, il valore di ciò che rischia di scomparire, la speranza di un ritorno possibile. Partenza, resistenza, ritorno. Una triade che ha la forma di una ferita. E che la letteratura italiana sulle aree montane e rurali ha imparato a raccontare con grande cura. È una letteratura che non amo. Perché è una letteratura che rischia di fare del male. Il problema non è la nostalgia in sé. Il problema è quando la nostalgia diventa il codice interpretativo dominante di un territorio — quando ogni storia che si racconta su quei luoghi finisce per confermare che lì si è perso qualcosa di irrecuperabile, che chi è partito ha tradito o è stato tradito, che restare è un atto eroico e partire una sconfitta. Quando una comunità interiorizza questa narrativa, smette di riuscire a immaginare se stessa in modo diverso. E una letteratura che quella storia la racconta bene, la legittima, la rende bella: fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare. Arminio è il caso più nitido. La paesologia è un esercizio di attenzione straordinario: impari a vedere ciò che normalmente sfugge, a dare peso alle piazze vuote, ai silenzi, ai vecchi seduti al sole. È una forma di cura. Ma è anche, inevitabilmente, una forma di lutto. E il lutto, se non viene attraversato, si trasforma in identità. Il paese che soffre diventa il paese che deve soffrire, perché è lì che risiede la sua profondità, la sua autenticità, il suo valore. Abate porta l’emigrazione come ferita identitaria. È una ferita reale. Ma quando la domanda che rimane è quanto è davvero libera una scelta quando il territorio non offre opportunità adeguate?, si compie un passo che vale la pena esaminare: si carica di colpa chi parte, si carica di obbligo chi resta, e si trasforma una condizione strutturale in un dramma morale. È la grammatica della vergogna — e la vergogna non produce cambiamento. Produce rabbia o paralisi. Quello che manca in questa letteratura – e che temo mancherà anche in questi tre libri – è una storia alternativa. Una storia che non parta dal patrimonio perduto ma dal futuro possibile. Che non chieda cosa ci è stato tolto ma cosa siamo capaci di costruire. Che non tratti il territorio come un paziente da curare o un museo da conservare, ma come un sistema vivo che può prendere direzioni diverse. Questa storia è più difficile da raccontare. È meno bella, esteticamente. Ha meno malinconia, meno profondità apparente. Ma è la storia di cui le aree interne hanno bisogno — non per dimenticare il proprio passato, ma per smettere di esserne prigioniere. Li leggerò, questi tre libri. Con rispetto e con attenzione. Ma con questa domanda in testa: la letteratura sulle aree interne italiane ha imparato a descrivere la ferita con precisione crescente. Quando imparerà a immaginare la guarigione? Precedente Successivo