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Ok, la Strategia Nazionale Aree Interne va superata. Ma come?

25/09/2026
Pensieri

Finalmente. Luca Bianchi, direttore della Svimez, ha detto all’Abruzzo Economy Summit ciò che molti pensano da tempo: la Strategia Nazionale Aree Interne va superata. Perché parte dal presupposto sbagliato, ovvero che le aree interne siano luoghi da tutelare invece che luoghi da sviluppare. È un cambio di prospettiva necessario. Ma non è ancora sufficiente.

Perché subito dopo arriva l’elenco consueto: infrastrutture sociali, trasporti, servizi, università, manifattura, città medie come hub strategici. Tutte cose giuste, sia chiaro. Tutte cose che si dicono da vent’anni. Ma che, se applicate con la stessa logica che ha prodotto la SNAI, rischiano di riprodurre esattamente ciò che si vorrebbe superare.

Il nodo è questo: negli ultimi trent’anni le aree interne italiane hanno ricevuto investimenti, fondi strutturali europei, piani di sviluppo, programmi di incentivo. Il risultato, in molte di esse, è stato lo stesso. Le infrastrutture ci sono, i servizi sono migliorati, ma le persone continuano a partire. Il problema, allora, non è la quantità delle risorse. È qualcosa che i piani non vedono e che i bilanci non misurano. E che pochi, ancora, considerano.

Le comunità non sono (solo) insiemi di infrastrutture e servizi. Sono (anche) sistemi emotivi collettivi. Ogni territorio porta dentro di sé una narrazione implicita su ciò che è possibile, su chi decide il futuro, su quanto valga la pena rischiare o restare. Questa narrazione non si legge nei rapporti economici. Emerge quando chiedi agli abitanti cosa pensano del futuro del loro luogo. E nelle aree interne in declino quella storia assomiglia quasi sempre alla stessa struttura: eravamo qualcosa, qualcuno ha deciso che non contavamo più, i migliori se ne sono andati, chi è rimasto aspetta. Chi e che cosa non si sa. Una storia che parla di nostalgia, declino, abbandono, condanna.

Questa storia non si corregge con un’infrastruttura. Non si aggiorna con un piano strategico. Finisce che si autoavvera: ogni partenza la rafforza, ogni investimento che non produce cambiamento visibile la conferma, ogni giovane che emigra ne diventa la prova. Un’area interna può avere strade nuove, banda larga, un presidio sanitario e un’università a trenta chilometri, e continuare a perdere abitanti. Perché chi resta non vede in quegli investimenti la prova che le cose cambieranno. Vede episodi isolati in una storia che non cambia.

Le grandi pianificazioni calate dall’alto falliscono quando ignorano sistematicamente ciò che le comunità locali sanno di se stesse: il sapere pratico accumulato nel tempo, le reti di fiducia che tengono insieme un luogo, le narrazioni condivise che orientano le scelte quotidiane. Questo patrimonio invisibile – che nessun bando europeo può finanziare e nessun indicatore può misurare – è spesso la variabile che decide se un investimento attecchisce o viene assorbito senza lasciare traccia.

Il vero salto di paradigma, allora, non è passare dalla logica della tutela alla logica degli investimenti. È passare anche alla logica della narrazione. Un territorio comincia a svilupparsi quando i suoi abitanti credono che valga la pena costruire qualcosa lì. Prima di questo, le risorse non bastano. Dopo di questo, anche risorse modeste producono effetti moltiplicatori. La differenza non sta nel piano. Sta nella storia che una comunità racconta su se stessa. E, soprattutto, nella capacità di cambiarla.

Costruire quella storia è più difficile che costruire una strada. Richiede ascolto, tempo, leadership radicata nel territorio. Richiede di partire da ciò che un luogo già ha invece di elencare ciò che manca. Richiede di smettere di trattare le aree interne come problemi da risolvere e cominciare a trattarle come soggetti capaci di costruire il proprio futuro.

La domanda giusta, allora, non è quante risorse stanziare per le aree interne. È come si cambia la storia che quelle aree raccontano su se stesse. Perché un territorio non declina quando perde servizi. Declina quando smette di credere di poter incidere sul proprio destino. E nessun investimento, per quanto generoso, restituisce quella convinzione se non si lavora anche su ciò che la tiene in piedi.