L’intelligenza artificiale e il futuro dei territori: una questione aperta 12/10/2026 Pensieri C’è un dato, nel nuovo Bollettino Economico della Banca d’Italia, che merita attenzione particolare. Non riguarda il PIL, l’inflazione o i tassi d’interesse. Riguarda – attenzione, attenzione – l’intelligenza artificiale. Secondo la Banca d’Italia, gli investimenti connessi all’IA stanno contribuendo a sostenere la crescita mondiale, attenuando persino gli effetti negativi della crisi energetica e delle tensioni geopolitiche. È un passaggio significativo: l’intelligenza artificiale è già diventata un fattore macroeconomico, capace di orientare investimenti, sostenere la domanda e alimentare il commercio internazionale. Per chi si occupa di sviluppo territoriale, questa constatazione apre una riflessione che va ben oltre la tecnologia. Stanno cambiando i fattori che determinano la competitività dei luoghi. E con essi rischia di cambiare anche la geografia delle opportunità. Una nuova geografia delle disuguaglianze – Per molti decenni le disuguaglianze territoriali sono state spiegate attraverso fattori relativamente consolidati: distanza dai grandi mercati, disponibilità di infrastrutture, accessibilità, concentrazione delle attività produttive. Sono fattori che continuano a contare. Lo sappiamo bene nelle aree interne e montane, dove la distanza fisica si traduce spesso in maggiori costi, minori opportunità e difficoltà nell’accesso ai servizi. Oggi, però, a queste condizioni se ne aggiunge una nuova, destinata ad assumere peso crescente: la capacità di produrre, attrarre e utilizzare conoscenza. Il Bollettino mostra una divaricazione tra settori. Le attività connesse alla trasformazione digitale, all’informazione e ai servizi professionali continuano a espandersi. Diversi comparti manifatturieri tradizionali attraversano invece una fase di debolezza. Questa differenza settoriale potrebbe trasformarsi progressivamente in differenza territoriale: i luoghi che concentrano università, centri di ricerca, competenze avanzate e capitali rischiano di intercettare una quota crescente delle nuove opportunità, lasciando indietro chi non dispone di quelle risorse. Non è un destino inevitabile. È una questione di politiche e di capacità organizzativa. Dall’innovazione delle imprese all’innovazione dei territori – Siamo abituati a considerare l’innovazione come una questione prevalentemente aziendale. Un’impresa investe, migliora i processi, rafforza la propria posizione. È una rappresentazione corretta, ma incompleta. Le imprese operano dentro sistemi territoriali. La loro capacità di innovare dipende anche dalla disponibilità di competenze, dalla qualità delle istituzioni, dalle relazioni con il mondo della ricerca, dall’accesso al capitale. Per questo una delle priorità delle politiche territoriali dovrebbe essere la costruzione di ecosistemi dell’innovazione: reti in cui università, imprese, istituzioni e soggetti finanziari condividano obiettivi e costruiscano opportunità insieme. Il tema è particolarmente rilevante in un Paese caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese. La Banca d’Italia segnala che la recente crescita del credito si concentra nelle aziende di maggiori dimensioni, mentre le condizioni di accesso ai finanziamenti sono peggiorate soprattutto per le imprese manifatturiere con meno di 50 addetti. Le imprese che avrebbero maggiore bisogno di innovare rischiano di essere quelle che incontrano maggiori difficoltà nel farlo. Per superare questo paradosso servono strumenti collettivi, servizi condivisi, percorsi di trasferimento tecnologico. Le aree montane possono diventare laboratori – Per troppo tempo abbiamo raccontato le aree interne quasi esclusivamente attraverso le loro fragilità: spopolamento, invecchiamento, distanza dai grandi centri. Sono problemi reali, che richiedono politiche adeguate. Ma un territorio non può costruire il proprio futuro soltanto attorno alla compensazione degli svantaggi. Deve riconoscere le proprie risorse, valorizzare le competenze esistenti, sviluppare nuove specializzazioni. Le nuove tecnologie possono rafforzare specializzazioni produttive già presenti — generando competenze e opportunità laddove esiste già un substrato su cui appoggiarsi. La sfida è costruire ecosistemi capaci di connettere industria, ricerca, alta formazione e innovazione digitale, estendendo i benefici all’intero sistema produttivo locale, a partire dalle PMI. Turismo: crescita e sviluppo non sono la stessa cosa – Un altro dato del Bollettino merita attenzione. Nella prima metà del 2026 la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia è aumentata del 4,4%. La Banca d’Italia stima inoltre in circa 400 milioni di euro la spesa riconducibile ai visitatori arrivati per i Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026. Sono numeri importanti per molti territori montani. Ma invitano anche a una domanda: quanto della crescita turistica si trasforma effettivamente in sviluppo per le comunità locali? La distinzione conta. L’aumento delle presenze è un risultato economico. La crescita del benessere dei residenti, la disponibilità di abitazioni accessibili, la stabilità dell’occupazione, la capacità di trattenere giovani e famiglie sono indicatori di sviluppo territoriale. Le due dimensioni possono rafforzarsi, ma non coincidono automaticamente. Una destinazione competitiva deve essere anche un territorio nel quale sia possibile vivere, lavorare e costruire il proprio futuro. È il passaggio da una montagna prevalentemente visitata a una montagna scelta. Dopo il PNRR, la sfida della capacità istituzionale – Il 2026 segna la conclusione del programma Next Generation EU. Si chiude una stagione caratterizzata da una disponibilità straordinaria di risorse per gli investimenti. Questo passaggio dovrebbe indurci a riflettere sulla qualità di ciò che rimane. Un laboratorio tecnologico, un percorso formativo, un’infrastruttura digitale diventano fattori di sviluppo soltanto quando riescono a generare attività, competenze e opportunità durevoli. Servono quindi istituzioni territoriali capaci di lavorare nel lungo periodo, costruire alleanze e dare continuità alle iniziative. Nelle aree interne, dove le risorse sono più limitate e gli attori spesso frammentati, la capacità di cooperare assume un valore ancora maggiore. La qualità della governance diventa essa stessa un fattore competitivo. In conclusione – Il Bollettino descrive un’Italia che cresce lentamente (0,9% nel 2026, 0,7% nel 2027) mentre attraversa trasformazioni profonde. In un Paese che cresce poco, la capacità di generare nuove opportunità non può essere affidata all’andamento generale dell’economia nazionale. Richiede strategie locali, investimenti nella conoscenza, istituzioni capaci di cooperare. L’intelligenza artificiale contribuirà a ridurre le disuguaglianze territoriali, oppure finirà per rafforzare la concentrazione di ricchezza e competenze nei luoghi già più forti? La risposta non dipenderà soltanto dall’evoluzione della tecnologia. Dipenderà anche dalle scelte che sapremo compiere nei nostri territori, e dalla capacità di trasformare la conoscenza in una risorsa realmente condivisa. Riferimento: Banca d’Italia, Bollettino Economico n. 4, ottobre 2026. Precedente Successivo