Sulla Sila, con la valigia degli altri 27/08/2026 Pensieri C’è una geografia dell’Italia interna che si ripete quasi identica, da nord a sud, cambiando solo l’altitudine e il dialetto. L’ho ritrovata, in questi giorni, a Camigliatello Silano, piccolo centro montano a mezz’ora da Cosenza, dove ho presentato “Il futuro ad alta quota” in un luogo che, a pensarci, non poteva essere più coerente con il tema del libro: “La nave della Sila“, museo narrante dell’emigrazione, inaugurato nel 2005. L’incontro è stato promosso dalla Fondazione Napoli Novantanove di Maurizio e Mirella Barracco e animato da Massimo Marrelli, rettore emerito dell’Università Federico II di Napoli. Ma il vero protagonista, più del libro, è stato lo spazio in cui ci trovavamo: il Museo Narrante dell’Emigrazione, curato da Gian Antonio Stella e ospitato nell’antica vaccheria di Torre Camigliati, restaurata dall’architetto Sila Barracco. La visita si snoda tra gigantografie in gran parte inedite, una voce narrante e una colonna sonora di canti dell’emigrazione italiana, dentro una scenografia pensata a richiamare la tolda di un transatlantico: quelli che, tra Otto e Novecento, portarono migliaia di calabresi verso le Americhe. Discutere di montagna e aree interne dentro un museo dell’emigrazione storica, parlando di “nuova” emigrazione, non è stato un esercizio retorico. Il museo stesso, del resto, è costruito su questa doppia direzione di lettura. Da un lato l’esperienza italiana nel mondo, il racconto della grande emigrazione storica. Dall’altro l’esperienza straniera in Italia, l’immigrazione dei nostri giorni. Passato e presente tenuti volutamente sullo stesso piano. Non due fenomeni distinti, ma due facce dello stesso meccanismo: la ricerca di un altrove quando il proprio territorio non offre più prospettiva. È la dimostrazione plastica di una continuità che la mia ricerca prova a mettere a fuoco: il fenomeno migratorio dai territori marginali non è un capitolo chiuso nei libri di storia, ma un processo che si è trasformato senza esaurirsi. La differenza tra l’emigrazione raccontata da “La nave della Sila” e quella di cui parliamo oggi è – a dire il vero – sostanziale. Non parte più il bracciante senza alternative, parte spesso chi un’alternativa in teoria ce l’avrebbe: il laureato, il tecnico specializzato, il giovane che ha già investito in formazione sul territorio e che lo lascia non per fame ma per assenza di prospettiva. Se ne vanno da territori che, esclusi a lungo dalle traiettorie di crescita, restituiscono oggi in termini di scontento, disaffezione e – appunto – spopolamento selettivo, quello dei capitali umani più mobili e più qualificati. Nel dibattito con il professor Marrelli è emerso un punto che ritengo centrale, ed è la ragione per cui evito nel libro le narrazioni consolatorie sulla “rinascita dei borghi”, alimentate da un capitalismo bucolico che trova sempre nuovi cantori. Il rischio, quando si parla di aree interne e montane, è infatti quello di scivolare in una retorica della nostalgia – il bel paesaggio, l’identità da preservare, il ritorno alle radici – che non affronta il problema strutturale: la distribuzione ineguale di infrastrutture, servizi essenziali e opportunità economiche. E, soprattutto, trascura la necessaria grammatica della contemporaneità che oggi deve essere la lingua delle nuove politiche di sviluppo territoriale. La Sila, come le Dolomiti, come l’Appennino, non ha bisogno di essere raccontata come luogo dell’anima. Ha bisogno di essere trattata come oggetto di policy: connettività, sanità di prossimità, scuola, lavoro qualificato. È la differenza tra quelli che nel libro chiamo “luoghi della nostalgia” – territori che vivono di un racconto di sé rivolto al passato – e “luoghi della fiducia”, dove la fiducia funziona come infrastruttura invisibile: nelle istituzioni, nei rapporti di vicinato, nella possibilità concreta di costruire un futuro restando. Tornando a “La nave della Sila”: il valore di quel museo, e il motivo per cui l’incontro ha avuto senso proprio lì, è che non celebra la partenza, né la condanna. La mostra semplicemente, non concede sconti alla facile retorica. Restituisce il fatto migratorio come è stato – una scelta razionale dentro un sistema di vincoli – e lascia allo spettatore il compito di chiedersi se quei vincoli, oggi, siano davvero cambiati. È la domanda con cui sono tornato a casa da Camigliatello, ed è la domanda di fondo del libro: non se le persone continueranno a partire dai territori marginali (lo faranno finché converrà loro farlo) ma se saremo capaci di costruire, in quei territori, le condizioni perché restare e tornare sia ancora una scelta emotiva e razionale quanto partire. Precedente Successivo