DALLA NORMANDIA AL NORD EST, APPUNTI SULLA FUGA DEI GIOVANI (TALENTI) 26/08/2026 News Visitare la Normandia è come viaggiare in un tempo sospeso. Villaggi di pietra bianca, abbazie, spiagge dello sbarco con i loro cimiteri militari perfettamente curati. Negozi a tema, ovunque. Un’atmosfera costruita apposta per essere visitata. E infatti viene visitata, eccome. Nella stagione turistica 2023, tra aprile e settembre, la regione ha registrato circa 12,7 milioni di pernottamenti nelle strutture ricettive collettive. La sola Rouen ha accolto 4,4 milioni di turisti e 14 milioni di escursionisti. Un record. La stagione 2025 ha fatto ancora meglio: 13,1 milioni di nuitées, con una crescita del 7,2% rispetto al 2024, la seconda più sostenuta tra le regioni della Francia metropolitana dopo l’Île-de-France. Un successo. Ma i territori che vivono di turismo sanno quanto sia fragile una prosperità costruita su chi passa invece di chi resta. E sotto la superficie, la Normandia racconta una storia che conosciamo bene. Quella del Nord Est. La Normandia non è una regione povera. Con circa 116 miliardi di euro di PIL nel 2023, rappresenta poco più del 4% dell’economia francese. Nemmeno il Nord Est italiano è un territorio economicamente marginale. Non sarà più la locomotiva del Paese, ma Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige costituiscono uno dei principali motori produttivi del Paese, con distretti manifatturieri tra i più competitivi d’Europa. Oltre ad essere tra le mete più gettonate dai turisti. Il punto è proprio questo. La forza economica non basta più a trattenere il capitale umano qualificato. In Normandia il problema viene da lontano. Uno studio strutturale dell’INSEE, basato sul censimento del 2012, mostrava già quanto fosse profondo: il 45% dei laureati e degli studenti universitari nati in Normandia viveva fuori dalla regione. Una delle fughe di cervelli più consistenti di Francia. Solo il 23% degli abitanti con più di 18 anni aveva un titolo di istruzione superiore. Tra i giovani tra 18 e 34 anni la quota saliva al 39%, contro il 43,7% della Francia di provincia. E il fenomeno non è scomparso. Un’analisi INSEE più recente mostra che il 47% dei laureati nati in Normandia vive fuori dalla regione. La percentuale sale addirittura al 58% tra i quadri e le professioni intellettuali superiori. La Normandia resta, da questo punto di vista, una delle regioni francesi che più faticano a trattenere i propri talenti. Nel Nord Est la dinamica è altrettanto impressionante. Secondo la Fondazione Nord Est, nel 2024 le cancellazioni anagrafiche verso l’estero dei giovani italiani tra 18 e 34 anni hanno raggiunto quota 11.491. Erano 2.864 nel 2011. Quattro volte tanto in tredici anni. Un dato che va letto con una cautela: le nuove regole sull’iscrizione all’AIRE hanno contribuito nel 2024 a far emergere trasferimenti precedentemente non registrati. Ma la tendenza di fondo resta evidente. Ancora più significativo è osservare chi parte. Nel 2023 la quota dei laureati tra i giovani emigrati raggiungeva il 65,7% a Padova, il 61,6% a Trieste, il 61,4% a Venezia, il 59,4% a Treviso, il 58,8% a Belluno e il 57,5% a Vicenza. Nel 2011, in molte di queste province, le percentuali erano attorno al 20%. Tra il 2011 e il 2023, il valore del capitale umano associato all’emigrazione giovanile italiana è stato stimato dalla Fondazione Nord Est in 134 miliardi di euro. Non è semplicemente una crisi occupazionale. È qualcosa di più profondo. Lo dicono anche le motivazioni di chi guarda all’estero. Sempre nelle analisi della Fondazione Nord Est, emergono soprattutto migliori opportunità professionali, studio e formazione, qualità della vita. Il salario conta, ma non spiega tutto. Il punto, allora, non è soltanto trovare un’occupazione. È vedere davanti a sé una traiettoria. Orientata al futuro. I giovani non se ne vanno necessariamente perché manca il lavoro. Se ne vanno anche perché non percepiscono nel proprio territorio un posto si può giocarsi il futuro. Il PIL regge. L’export regge. Il turismo cresce. Ma la fiducia nel futuro, quella no. È la trappola della tenuta illusoria: la stabilità apparente che nasconde un degrado silenzioso nei fondamentali che contano davvero. I turisti arrivano. Ma i residenti partono. E non tornano. Una trappola, questa, produce, nel tempo, anche conseguenze politiche. Alle europee del 2024 il Rassemblement National ha preso il 35,34% in Normandia. A Rouen si è fermato al 16,18%. Stessa regione. Mondi diversi. Andrés Rodríguez-Pose, professore alla London School of Economics, chiama questo fenomeno the revenge of the places that don’t matter. La vendetta dei luoghi che non contano. Territori che per decenni perdono opportunità, riconoscimento, funzioni e capitale umano possono sviluppare una sensazione collettiva di esclusione. Non è una relazione meccanica tra declino e voto populista. È qualcosa di più sottile: la percezione di vivere in un luogo lasciato indietro, mentre altrove si concentrano opportunità, attenzione e futuro. Prima o poi quella sensazione può trovare una voce politica. E allora, che fare? Le analogie tra Normandia e Nord Est italiano ci dicono che la risposta non sta soltanto nei fondi europei, nelle infrastrutture, nelle politiche compensative. Non sta nemmeno soltanto nelle nuove politiche di costruzione di ecosistemi innovativi, se queste non sono accompagnate da azioni finalizzate a cambiare il mindset. Non il mindset dei singoli: dell’imprenditore coraggioso, del sindaco visionario, del giovane intraprendente. Il mindset collettivo del territorio. La sociologa americana Arlie Hochschild ha chiamato questo sistema deep story: storia profonda. Non è la narrazione ufficiale dei piani strategici. È quella che emerge quando chiedi agli abitanti cosa pensano del futuro del loro luogo. Nei territori che perdono fiducia, assomiglia spesso alla stessa struttura. Eravamo qualcosa. Qualcuno ha deciso che non contavamo più. I migliori se ne sono andati. Chi è rimasto aspetta. Questa storia non si corregge con i dati. Non si aggiorna con uno slogan. Si autoavvera. Purtroppo. I giovani partono perché si aspettano che le cose non cambieranno. Le cose non cambiano perché i giovani sono partiti. Il mindset si conferma. Ma il meccanismo funziona anche al contrario. I territori che costruiscono una narrazione credibile, radicata nelle risorse reali, condivisa da chi ci vive e da chi ci lavora, producono comportamenti diversi. Chi parte torna. Chi non c’era arriva. Le cose cambiano. La geografia non è il destino. La differenza tra i due scenari non sta soltanto nelle risorse disponibili. Sta soprattutto nella storia che un territorio racconta su se stesso. Cambiare il mindset territoriale è quindi la precondizione di qualsiasi altra politica. Non il suo effetto. La sua premessa. Università, ricerca, imprese innovative, servizi efficienti: sono infrastrutture della fiducia. Rendono credibile l’idea che in quel luogo si possa costruire il futuro. Ma funzionano pienamente solo se diventano parte di una narrazione collettiva abbastanza solida da sostenerle. Altrimenti vengono percepite come episodi isolati. O, peggio, come conferma che chi investe lo fa per altri. La Normandia e il Nord Est condividono la stessa trappola. Territori forti abbastanza da non sembrare in crisi. Ma vulnerabili abbastanza da perdere proprio le persone di cui avrebbero più bisogno per scrivere una nuova storia del proprio futuro. Precedente Successivo