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Maledetta nostalgia: le proteste dei giovani e il “no” che non c’era

20/10/2026
Pensieri

Ogni generazione adulta si racconta di essere cresciuta con regole più severe. È un racconto rassicurante, e quasi sempre vero solo in parte. In questi giorni circola con particolare insistenza. Chi oggi ha quaranta o cinquanta o sessant’anni, si legge, è cresciuto con genitori il cui “no” era definitivo, a differenza dei ragazzi di adesso. E quel “no” veniva accettato. La frase torna nei commenti e nelle conversazioni mentre in Francia i liceali bloccano le scuole da settimane e a Milano un corteo di giovanissimi contro il caro vita si è chiuso con scontri, fermi e vetrine rotte. Vale la pena chiedersi perché questo racconto convinca tanto, e a chi serva. Perché, se davvero il “no” dei genitori fosse stato risolutivo come molti sostengono, non ci sarebbero stati il ’68, il ’77, la Pantera e gli altri movimenti di protesta.

Che cosa dice l’anagrafe – Chi oggi ha tra i quaranta e i cinquant’anni è nato tra la metà degli anni Settanta e la metà degli Ottanta. I suoi genitori appartengono in larga parte alla generazione del dopoguerra: quella che il Sessantotto e il Settantasette li ha fatti, o almeno respirati.

Quella generazione ha contestato l’autorità paterna nelle piazze e poi l’ha smontata nelle leggi. Nel 1974 il referendum confermò il divorzio. Nel 1975 la riforma del diritto di famiglia cancellò la patria potestà e la sostituì con la potestà condivisa dei genitori. Gustavo Pietropolli Charmet ha descritto questo passaggio come il transito dalla famiglia “normativa”, fondata sul dovere e sulla colpa, a quella “affettiva”, fondata sulla relazione: un cambiamento che si consolida proprio negli anni in cui gli attuali quarantenni erano bambini.

Ci sono state differenze di ceto e di territorio, e in molte case di provincia il costume è cambiato più lentamente delle leggi. Il quadro complessivo resta però chiaro: la generazione che oggi rimpiange il “no” assoluto è cresciuta mentre quel “no” veniva messo in discussione dai suoi stessi genitori.

La nostalgia come emozione politica – Se il racconto regge poco alla prova dei fatti, la sua forza sta altrove. La nostalgia lavora sulla percezione del presente più che sulla memoria del passato. Svetlana Boym distingueva una nostalgia riflessiva, consapevole di guardare a qualcosa di perduto e disposta ad accettarne le ambiguità, da una nostalgia restaurativa, che vuole ricostruire un passato mai esistito nella forma in cui lo si ricorda.

Il “no che era no” appartiene alla seconda specie. Funziona come quella che Arlie Hochschild chiama deep story: una storia sentita come vera, che riassume ciò che si prova prima ancora di ciò che si sa. In questa storia c’è un ordine perduto, una generazione che ha obbedito e quindi ha meritato qualcosa, e una generazione successiva che pretende senza aver accettato le regole.

È uno schema efficace perché trasforma un disagio diffuso in un giudizio morale. E il giudizio morale, quando non trova risposte, si sedimenta in rancore.

Milano, davanti alla Questura – Le cronache milanesi di questi giorni mostrano il meccanismo all’opera. Dopo gli scontri del 17 ottobre, con circa cinquanta fermati, quasi la metà minorenni, l’attenzione si è spostata rapidamente dal corteo alla notte in Questura. I giornali hanno raccontato i genitori in attesa, le lacrime, la rabbia. Un padre ha accolto il figlio dicendogli che sarebbe stato contento se gli avessero spaccato la testa; altri hanno ripetuto che chi ha sbagliato pagherà.

Sono reazioni comprensibili, nate dalla paura e dalla vergogna, e la violenza di piazza resta indifendibile: lo dicono per primi molti di quei genitori. Il modo in cui sono state raccontate costruisce però una cornice precisa. La protesta diventa un problema di disciplina domestica, e la risposta attesa è un adulto che finalmente torna a dire no.

In questa cornice le ragioni della piazza escono di scena. In Francia, nelle stesse settimane, il dibattito pubblico discute di risorse per la scuola, di edifici insalubri, di classi sovraffollate. A Milano si discute di come erano vestiti i ragazzi fermati.

Che cosa assolve il racconto – Il “no che era no” ha un effetto che lo rende così comodo: assolve chi lo pronuncia. I quaranta-cinquantenni sono oggi i genitori accusati di permissività, gli adulti che hanno costruito, o non hanno impedito, il mondo in cui i ragazzi crescono. Idealizzare la propria infanzia sposta il problema sulla fragilità dei figli e lascia fuori le condizioni materiali: case inaccessibili, salari fermi, scuole in affanno.

Una ricerca di Spazio Pubblico citata in questi giorni dal Giorno sostiene che a Milano, dal 2016, il costo della vita sia cresciuto del doppio a fronte di stipendi fermi. È un dato da verificare nella fonte originale, ma indica dove guardare.

Chi lavora nei territori in declino conosce bene questa dinamica. Nelle valli che perdono abitanti, il “si stava meglio prima” è spesso il primo ostacolo a qualsiasi progetto di futuro: consola, tiene insieme, e intanto chiude le porte. Lo stesso accade tra generazioni.

Una comunità che vuole capire i propri ragazzi deve rinunciare al conforto di un passato inventato e guardare a ciò che ha lasciato loro in eredità. È meno rassicurante. È anche l’unico punto da cui si può ripartire.