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Il voto in Sassonia-Anhalt e la mappa emotiva dell’Europa che non si sente rappresentata

Il voto in Sassonia-Anhalt e la mappa emotiva dell’Europa che non si sente rappresentata

07/09/2026
News

Magdeburgo è una città di circa 245 mila abitanti sulle rive dell’Elba: è la capitale della Sassonia-Anhalt, nota per la sua cattedrale gotica. Il 16 gennaio 1945 i bombardamenti alleati distrussero circa il 60 per cento della città e il 90 per cento del centro storico, e nel dopoguerra fu largamente ricostruita secondo i canoni urbanistici della DDR. Nella periferia sud-occidentale resta un’area di circa quattrocento ettari sulla quale avrebbe dovuto sorgere la “Silicon Junction” europea: due fabbriche di semiconduttori e un investimento Intel da oltre trenta miliardi di euro, annunciato come il simbolo del riscatto tecnologico della Germania orientale. Intel ha definitivamente abbandonato il progetto. Il Land ha riacquistato l’area e cerca ora nuovi investitori per trasformarla in un High-Tech Park. Alcuni interlocutori esistono, ma per ora la grande promessa resta incompiuta. Questo “monumento della contro-modernità” è diventato uno dei protagonisti della narrativa dell’AfD, l’onda nera che spaventa l’Europa.

Nei piccoli centri industriali e agricoli della regione, i candidati dell’AfD ripetono lo stesso messaggio: “Mentre Berlino insegue sogni verdi e finanzia colossi americani che poi vi abbandonano, noi difendiamo le vostre fabbriche, il vostro carbone e il vostro lavoro“. È una difesa nostalgica. Che è stata elettoralmente devastante. Il 6 settembre 2026 l’AfD ha trionfato nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt con il 43,8 per cento dei voti, contro il 20,8 per cento del 2021. La CDU, che cinque anni fa aveva ottenuto il 37,1 per cento, è precipitata al 17,2. L’affluenza ha raggiunto il 77,8 per cento, diciassette punti e mezzo in più rispetto alle precedenti elezioni. Non è un terremoto locale. È forse la rappresentazione più nitida che l’Europa abbia prodotto negli ultimi anni di una frattura che non si misura soltanto nel PIL, non si corregge soltanto con i fondi strutturali e non si comprende senza leggere la storia emotiva dei luoghi.

Un Land che conosce il declino dall’interno

Dopo la riunificazione del 1990, la Sassonia-Anhalt ha perso oltre un quarto della propria popolazione: circa 700 mila abitanti secondo la ricostruzione utilizzata da Andrés Rodríguez-Pose, oltre 750 mila confrontando direttamente i dati demografici ufficiali del 1990 con quelli più recenti. Dall’inizio del millennio il Land ha perso circa mezzo milione di persone, quasi un quinto della popolazione. E il processo non è terminato: le proiezioni indicano una riduzione della popolazione in età lavorativa superiore al 12 per cento entro il 2035 e un ulteriore forte declino demografico negli anni successivi.

Ma il problema della Sassonia-Anhalt non è semplicemente la povertà. È la traiettoria. Il Land ha conosciuto dopo la riunificazione un significativo processo di modernizzazione e di convergenza con l’Ovest, ma quella convergenza è rimasta incompleta e convive oggi con nuovi segnali di arretramento. Il PIL per abitante resta poco sopra il 70 per cento della media tedesca e nel 2023 l’economia regionale si è contratta dell’1,4 per cento, contro lo 0,3 per cento dell’intera Germania, mentre il valore aggiunto manifatturiero è diminuito dell’8 per cento. Ma sotto la superficie dei numeri c’è qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la sensazione che il futuro stia accadendo altrove.

La deep story di un territorio che aspetta

C’è un concetto che la sociologa americana Arlie Hochschild ha sviluppato studiando le comunità dell’America periferica e che, a mio avviso, descrive con precisione anche ciò che accade in Sassonia-Anhalt: la “deep story”. È la narrazione emotiva implicita che una comunità porta dentro di sé, quella che emerge quando chiedi agli abitanti cosa pensano del futuro del loro luogo. La deep story della Sassonia-Anhalt ha una struttura che chi lavora con i territori periferici riconosce immediatamente. Eravamo qualcosa – l’industria chimica, le fabbriche, una collocazione nel mondo. Qualcuno ha deciso che non contavamo più – la trasformazione seguita alla riunificazione, che provocò la rapidissima scomparsa di una parte rilevante dell’apparato produttivo della DDR, poi grandi promesse di investimento che, come nel caso Intel, possono improvvisamente dissolversi. I migliori se ne sono andati – un quarto della popolazione, due generazioni di giovani verso ovest. Chi è rimasto aspetta, con una pazienza che, trentasei anni dopo la caduta del Muro, si sta trasformando in qualcos’altro.

In Stolen Pride (il suo libro più recente, ancora non tradotto in italiano) la stessa Hochschild identifica il meccanismo che trasforma questa pazienza in voto. Non è la povertà in sé a produrre il populismo: è il percorso che va dalla perdita alla vergogna, dalla vergogna al bisogno di riconoscimento, dal bisogno di riconoscimento all’orgoglio rubato. Quando una comunità non trova una narrazione alternativa che la riconosca come degna di futuro, cerca qualcuno che offra almeno la dignità della rabbia. L’AfD ha capito questo meccanismo prima e meglio di qualsiasi altro partito tedesco. E ora spaventa la Germania e l’Europa.

La geografia politica come mappa emotiva

Il geografo economico Andrés Rodríguez-Pose, lo sappiamo, ha documentato su scala europea il nesso tra declino territoriale e voto populista, definendolo the revenge of the places that don’t matter: la rivolta dei luoghi che percepiscono di non contare più. La sua tesi è più sofisticata della semplice equazione tra povertà e populismo. A contare non è soltanto il reddito assoluto, ma la traiettoria di un territorio: il declino relativo accumulato nel tempo, la distanza crescente dai luoghi che avanzano, la percezione che opportunità e decisioni si stiano progressivamente spostando altrove.

La geografia del voto del 6 settembre sembra offrire una rappresentazione quasi plastica di questa frattura. L’AfD è arrivata prima praticamente ovunque, ma Halle, Magdeburgo e Dessau-Roßlau emergono nettamente dalla mappa rispetto al resto del Land. Rodríguez-Pose calcola che la percentuale dell’AfD diminuisca di circa quattro punti per ogni aumento di dieci volte della popolazione comunale. Più ci si allontana dai principali centri urbani, dunque, più il consenso al partito cresce.

Non è soltanto una distinzione tra città e aree periferiche. È una diversa esposizione alla trasformazione. A Halle e Magdeburgo servizi pubblici e privati, istruzione e sanità rappresentano oltre un terzo del valore aggiunto e hanno contribuito alla migliore performance economica delle due città. Università, amministrazioni, ospedali e servizi funzionano come una sorta di ammortizzatore territoriale. Fuori dai maggiori poli urbani, invece, molte comunità restano maggiormente esposte alla ristrutturazione industriale, alla riduzione dei mercati locali e alla perdita di popolazione, in un meccanismo cumulativo in cui meno abitanti significano meno servizi, meno servizi riducono l’attrattività, e meno attrattività incentiva nuove partenze.

Si può dunque migliorare sotto alcuni indicatori economici e continuare a sentirsi in declino. Si possono avere infrastrutture migliori, maggiore occupazione o nuovi investimenti e, nello stesso tempo, percepire una perdita di centralità, di status e di controllo sul proprio futuro. Non conta soltanto dove un territorio si trova, ma la direzione nella quale i suoi abitanti pensano che stia andando.

Ed è qui che la geografia politica diventa una mappa emotiva. Quando il passato appare più sicuro del presente e il futuro viene percepito come qualcosa che accade altrove, la nostalgia smette di essere soltanto un sentimento privato. Diventa una risorsa politica. Devastante.

Il cordone sanitario e le sue conseguenze

Il risultato pone un problema di governabilità che le democrazie europee faticano ancora ad affrontare con onestà. La CDU ha escluso qualsiasi collaborazione con l’AfD: “Non collaboriamo con gli estremisti e, soprattutto, con quelli di estrema destra“. Il firewall, quel cordone sanitario che i partiti tradizionali hanno costruito attorno all’estrema destra, è una scelta comprensibile sul piano dei valori. Ma produce un paradosso sul piano democratico: il partito che ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti non dispone di una maggioranza parlamentare né, allo stato attuale, di alleati con cui costruirla. Qualcuno potrà anche gioire, ma questo può essere ulteriore legna da ardere nel fuoco della retorica estremista.

Questo paradosso si affronta e si risolve – se si risolve – cambiando le condizioni che lo hanno prodotto. E quelle condizioni sono sì economiche, ma anche emotive e narrative. Riguardano la capacità di un territorio di costruire una storia su se stesso che non sia quella dell’abbandono, della promessa tradita, del futuro che appartiene ad altri.

Quello che i numeri non dicono

Il voto in Sassonia-Anhalt viene letto come un allarme democratico. Lo è. Ma rischia di essere visto solo come un problema di partiti, di coalizioni, di sistemi elettorali. L’aumento dell’affluenza aggiunge un elemento ulteriore. In cinque anni è cresciuta di 17,5 punti. Rodríguez-Pose interpreta il dato come il ritorno alle urne di persone che si erano progressivamente allontanate dal sistema e che questa volta sono tornate per votare contro di esso. Non semplice persuasione politica, dunque, ma l’emersione elettorale di uno stock di risentimento accumulato nel tempo.

E allora la domanda più difficile, quella che la politica ordinaria non sa ancora fare, è questa: perché in questo Land, dopo trentasei anni di investimenti, trasferimenti, fondi strutturali europei e piani di sviluppo, la deep story prevalente è ancora quella dell’abbandono? Cosa non ha funzionato nel modo in cui quei fondi e quei piani sono stati progettati e comunicati? E cosa servirebbe, non solo sul piano materiale, ma sul piano narrativo e emotivo, per costruire una storia alternativa che gli abitanti della Sassonia-Anhalt possano riconoscere come propria?

Il politologo James Scott ha mostrato che le grandi pianificazioni calate dall’alto falliscono perché ignorano sistematicamente il sapere pratico e la cultura locale – la mētis – che tiene insieme una comunità. Trentasei anni di politiche per la Germania orientale hanno prodotto infrastrutture, sussidi e qualche investimento industriale. Non hanno prodotto una nuova narrazione collettiva. Non hanno cambiato la deep story.

Quella storia va cambiata dall’interno. Non da Berlino, non da Bruxelles. Da chi vive in quei luoghi e da chi lavora con quelle comunità, portando non solo risorse, ma strumenti per riscrivere il futuro a partire da ciò che quei luoghi già hanno.

Il 43,8 per cento dell’AfD in Sassonia-Anhalt non misura soltanto la forza di un partito. Segnala quanto profonda possa diventare la distanza tra un territorio e la rappresentazione del proprio futuro. Ed è forse questa la domanda che il voto tedesco consegna all’Europa: come si trasforma un territorio della nostalgia in un territorio della fiducia?