Dalle Dolomiti alla Sila: il futuro può nascere dai margini 23/08/2026 Pensieri Ci sono luoghi dai quali parlare di futuro assume un significato diverso. La Calabria è uno di questi. Martedì 25 agosto sarò a Torre Camigliati, nel cuore della Sila, per presentare “Il futuro ad alta quota. Montagne”, nell’ambito della venticinquesima edizione degli Incontri di agosto di Old Calabria. Con me ci sarà Massimo Marrelli, Rettore Emerito dell’Università Federico II di Napoli. Non è soltanto una tappa nella presentazione di un libro. È un luogo che interroga direttamente le tesi che quel libro prova a sostenere. La Calabria conosce bene le partenze. Le conosce da generazioni. L’emigrazione appartiene alla storia delle famiglie, dei paesi, delle comunità. Oggi ha forme diverse rispetto al passato. Non ci sono più soltanto le valigie degli emigranti diretti verso le fabbriche del Nord o verso altri Paesi. Partono soprattutto giovani formati, studenti, professionisti. E ogni partenza porta con sé qualcosa che non compare immediatamente nelle statistiche demografiche: conoscenza, relazioni, capacità di innovare, possibilità di costruire nuove imprese e nuove famiglie. È un fenomeno che conosco bene anche dall’altra estremità dell’Italia. Dalle Dolomiti. Un territorio molto diverso dalla Calabria per storia, struttura produttiva e condizioni economiche. Eppure, osservando le due montagne da vicino, emergono alcune domande sorprendentemente simili. Che cosa accade quando un territorio produce ricchezza ma perde abitanti? Che cosa accade quando forma giovani che poi trovano altrove gli ecosistemi nei quali realizzare le proprie aspirazioni? E soprattutto: siamo sicuri che la risposta debba essere rassegnarsi alla concentrazione di persone, conoscenza e opportunità in un numero sempre più ristretto di grandi città? Non basta chiedere ai giovani di restare – Per troppo tempo abbiamo affrontato il problema delle aree interne con un verbo: restare. Dobbiamo convincere i giovani a restare. Dobbiamo fermare lo spopolamento. Dobbiamo impedire che i paesi si svuotino. È comprensibile. Ma non basta. Non possiamo chiedere a una ragazza o a un ragazzo di rinunciare alle proprie ambizioni per salvare il territorio nel quale è nato. La domanda va rovesciata. Dobbiamo costruire territori nei quali restare sia una scelta competitiva. E nei quali sia possibile anche tornare. O arrivare da fuori. Questo significa lavoro qualificato. Università e formazione. Connessioni fisiche e digitali. Servizi. Cultura. Imprese innovative. Comunità aperte. Qualità della vita. Significa, soprattutto, smettere di considerare le aree interne come luoghi ai quali concedere qualcosa per compensare uno svantaggio. La sfida è metterle nelle condizioni di competere. Il rischio della cartolina – La montagna possiede un’altra grande tentazione: diventare bellissima mentre si svuota. Turismo, paesaggio, borghi, tradizioni, prodotti tipici sono risorse straordinarie. Ma possono diventare una trappola se sostituiscono una vera politica di sviluppo. Un territorio non può essere soltanto visitato. Deve essere abitato. Non può vivere esclusivamente dello sguardo di chi arriva per qualche giorno. Ha bisogno delle persone che aprono un’impresa, lavorano, studiano, fanno figli, producono conoscenza, partecipano alla vita delle comunità. La montagna non deve diventare un museo di se stessa (con buona pace di Messner). Deve essere contemporanea. Ed è proprio qui che si trova uno dei punti centrali del mio libro: le aree interne non sono necessariamente il luogo nel quale il futuro arriva per ultimo. Possono diventare laboratori nei quali sperimentare forme nuove di lavoro, produzione, tecnologia e organizzazione sociale. La stessa presentazione dell’incontro sintetizza questa prospettiva parlando della montagna come possibile «laboratorio del domani», capace di attrarre giovani, idee ed energie nuove. Dalla Sila alle Dolomiti – Naturalmente Calabria e Belluno non sono la stessa cosa. Sarebbe superficiale sovrapporle. Ma appartengono alla stessa grande questione italiana: quale futuro vogliamo dare ai territori lontani dai grandi poli della conoscenza e delle opportunità? È una domanda che riguarda molto più delle montagne. Riguarda l’equilibrio territoriale dell’Italia. La distribuzione delle opportunità. La capacità di utilizzare tutto il capitale umano del Paese. E, alla fine, la qualità stessa della nostra democrazia. Perché quando una parte del territorio percepisce che per avere un futuro bisogna andarsene, non abbiamo soltanto un problema demografico. Abbiamo un problema di fiducia nel progresso. Per questo considero importante parlare del mio libro in Calabria. Dalle Dolomiti alla Sila ci sono più di mille chilometri. Ma c’è una domanda che li attraversa tutti: possiamo trasformare i margini da luoghi dai quali partire in luoghi nei quali valga la pena arrivare? Io credo di sì. Ma dobbiamo smettere di pensare che il futuro delle aree interne consista nel proteggerle dal cambiamento. La sfida è esattamente opposta. Portare il cambiamento fin quassù. E, qualche volta, farlo partire proprio da qui. Precedente Successivo