Capitale umano, università e aree interne: cosa ci dice davvero il discorso di Panetta 16/01/2026 Pensieri Nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina, il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha pronunciato un discorso che va letto oltre il perimetro accademico. È un testo che parla di crescita, produttività, demografia. Ma soprattutto parla di territori. Anche quando non li nomina esplicitamente. Il punto di partenza è netto: l’economia italiana ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese dopo una lunga sequenza di shock – crisi finanziaria, pandemia, crisi energetica. Ma questa resilienza non basta. La crescita recente è fragile, in parte congiunturale. I nodi strutturali restano tutti sul tavolo: produttività stagnante, salari reali fermi da oltre vent’anni, debole capacità di innovazione. È qui che il discorso incrocia il destino delle aree interne e montane. Demografia: il fattore che decide tutto Panetta richiama un dato difficilmente contestabile: entro il 2050 l’Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa. Anche ipotizzando un aumento della partecipazione al mercato del lavoro, la forza lavoro complessiva diminuirà. Senza un’accelerazione della produttività, questo squilibrio si tradurrà in una riduzione del PIL e del benessere complessivo. Non è una previsione ideologica. È una proiezione demografica. Le conseguenze non saranno uniformi. Il Governatore lo sottolinea: le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, sono già oggi le più colpite dall’invecchiamento della popolazione e dalla mobilità dei giovani verso i grandi centri urbani, in Italia e all’estero. Qui il declino demografico non è una tendenza futura. È un processo in atto. La mobilità dei giovani come indicatore, non come colpa Nel discorso non c’è alcuna retorica moralistica sulla “fuga dei cervelli”. Panetta legge la mobilità giovanile per ciò che è: una risposta razionale a un’offerta territoriale insufficiente. I giovani si spostano dove trovano opportunità di lavoro qualificato, contesti dinamici, servizi adeguati, sistemi universitari solidi. Questo passaggio è cruciale anche per il dibattito sulle aree interne. Il problema non è che i giovani “se ne vanno”. Il problema è che molti territori non riescono più ad attrarli, né a trattenerli. La differenza non è semantica. È politica. Università come infrastruttura di sviluppo territoriale Uno dei passaggi più rilevanti del discorso riguarda il ruolo dell’università. Panetta insiste su un punto spesso sottovalutato: l’istruzione universitaria non è solo formazione individuale, ma un fattore di sviluppo locale. Le imprese innovative tendono a insediarsi in territori dotati di capitale umano qualificato e di un sistema universitario capace di interagire con il tessuto produttivo. Questa dinamica è già visibile in alcune aree urbane del Mezzogiorno, dove l’apertura di sedi di imprese tecnologiche ha generato occupazione qualificata e spillover positivi sull’economia locale. È una lezione importante anche per le aree montane e periferiche: senza università forti – o senza forme evolute di presenza universitaria – la marginalità tende ad autoalimentarsi. Panetta segnala inoltre un’anomalia tutta italiana: la spesa pubblica per l’istruzione universitaria è inferiore a quella destinata alla scuola secondaria ed è significativamente più bassa rispetto ai principali paesi europei. È un sotto-investimento che pesa soprattutto sui territori lontani dai grandi poli metropolitani. Tecnologia e disuguaglianze: una linea di demarcazione Un altro passaggio chiave riguarda il rapporto tra innovazione tecnologica e disuguaglianze. Panetta ricorda che la tecnologia non è neutrale: in assenza di una forza lavoro adeguatamente preparata, tende ad ampliare i divari. I lavoratori più qualificati ne beneficiano, gli altri restano indietro. Per le aree interne questo è un bivio strategico. La digitalizzazione riduce il peso della distanza geografica, ma non quello delle competenze. Senza capitale umano, la tecnologia non diventa un fattore di inclusione. Diventa un acceleratore di marginalità. Una conclusione che parla ai territori Il discorso di Panetta consegna un messaggio chiaro: il futuro della crescita italiana passa dall’investimento in capitale umano, università e innovazione. E questo vale in modo particolare per le aree interne e montane, che concentrano le fragilità demografiche e strutturali del Paese. Non c’è spazio per la nostalgia. Non c’è nemmeno spazio per interventi episodici. Servono politiche pazienti, coerenti, di lungo periodo. Le aree interne non sono un problema residuale. Sono il banco di prova della capacità dell’Italia di costruire uno sviluppo più equilibrato. Se la crescita funziona lì, può funzionare ovunque.Se fallisce lì, difficilmente reggerà altrove. Ed è una lezione che chi si occupa di territori farebbe bene a prendere molto sul serio. Precedente next