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Montagna: dove l’innovazione arriva in salita

Montagna: dove l’innovazione arriva in salita

05/12/2025
Pensieri

Le montagne e le aree interne italiane vivono spesso un paradosso silenzioso. Da un lato conservano una straordinaria capacità produttiva, artigianale e culturale. Dall’altro faticano a generare nuova innovazione, soprattutto tecnologica. Non per mancanza di talento, ma per mancanza di condizioni.

Il cuore del problema è noto alle ricerche dell’OECD, della Commissione Europea e della Strategia Nazionale Aree Interne: senza formazione avanzata, un territorio non genera impresa innovativa. E dove l’offerta formativa si ferma alla soglia delle scuole superiori, l’innovazione resta un fatto importato, non prodotto localmente.

Le filiere alpine chiedono ingegneri, data scientist, designer, tecnici specializzati. Ma queste figure non crescono quasi mai nei territori dove servono. La fuga dei giovani altamente qualificati non è una maledizione geografica: è un esito prevedibile quando un luogo non offre strumenti per costruire il proprio futuro.

La letteratura parla chiaro. L’arrivo di un polo universitario tecnico – un nucleo STEAM – genera quattro effetti misurabili:
più brevetti, perché la ricerca applicata trova problemi reali da risolvere;
più startup, perché gli studenti trasformano idee in impresa;
più competenze, perché la pipeline formativa diventa continua;
più collaborazione, perché imprese e università condividono la stessa quotidianità.
È ciò che Bruxelles chiama “prossimità cognitiva”: innovi di più quando chi innova lavora vicino a te.

Per le aree interne sarebbe una rivoluzione silenziosa ma decisiva.
Un’università STEAM non porta solo studenti: porta nuove abitudini, nuovi linguaggi, nuove ambizioni. Porta un’idea semplice e potentissima: anche qui è possibile costruire il futuro.

La montagna non ha bisogno di elemosinare innovazione dall’esterno.
Ha bisogno di infrastrutture educative che liberino ciò che già c’è: capacità, curiosità, ingegno.
Perché i territori fragili non lo sono per natura. Lo diventano quando restano scollegati dalle traiettorie di conoscenza che plasmano l’economia contemporanea.

E allora la domanda non è se la montagna possa diventare un laboratorio di futuro.
La domanda è se vogliamo darle gli strumenti perché accada.

Una cosa è certa: senza una presenza universitaria tecnica, l’innovazione continuerà a passare oltre.
Con essa, invece, le aree interne possono tornare a essere ciò che sono sempre state nei momenti migliori della loro storia: territori che inventano, che sperimentano, che aprono strade.

In sintesi: non c’è sviluppo senza conoscenza.
E la montagna, per ritrovare il proprio domani, deve tornare a essere un luogo dove la conoscenza abita.