Rinnovabili, la grande occasione delle aree interne e montane 17/09/2026 Pensieri C’è un dato, raccontato oggi da Repubblica, che dovrebbe preoccuparci. Ma anche farci riflettere. L’Italia sta rallentando sulle energie rinnovabili. Nel 2025 la crescita della nuova potenza installata ha frenato e nei primi sei mesi del 2026 sono stati aggiunti 3,4 Gigawatt, portando a 86,9 GW la capacità complessiva di solare, eolico, idroelettrico e geotermico. L’obiettivo indicato dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima è arrivare a 131 GW entro il 2030. Per raggiungerlo, nei prossimi anni dovremmo installare più di 10 GW ogni anno. Il problema non è soltanto tecnologico. E probabilmente non è nemmeno finanziario. È territoriale. Lo spiega bene Marco Frey, direttore del centro sulla sostenibilità e il clima della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, intervistato da Repubblica: è mancata la capacità di “fare sistema”, cioè di costruire una pianificazione complessiva e poi tradurla nei territori mettendo insieme volontà politica, capacità amministrativa e consenso delle comunità. È esattamente qui che la questione delle rinnovabili incontra quella delle montagne e delle aree interne. Per anni abbiamo parlato della transizione ecologica quasi fosse un processo immateriale. Non lo è. Servono pannelli fotovoltaici, impianti eolici, (mini)idroelettrico, reti elettriche, sistemi di accumulo. Tutto questo occupa spazio. E molto di quello spazio si trova fuori dalle grandi città: nelle campagne, nelle montagne, nelle aree interne. Qui nasce uno dei grandi paradossi italiani. Vogliamo combattere il cambiamento climatico, ma spesso contestiamo le infrastrutture necessarie per farlo. Vogliamo ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, ma poi rendiamo difficile realizzare gli impianti che possono produrre energia alternativa. Vogliamo la transizione, purché non trasformi nulla. È una contraddizione che nel mio libro ho ricondotto anche a quella che definisco una deriva “verdista”, utilizzando le parole e il pensiero di Steven Pinker, docente ad Harvard: non la difesa dell’ambiente, che è una necessità e una responsabilità, ma una sua interpretazione ideologica che rischia di trasformare la montagna in una cartolina. Un luogo da contemplare più che da abitare. Proteggere il paesaggio è fondamentale. Ma proteggere un territorio non significa congelarlo. Le montagne italiane, che oggi consideriamo paesaggi naturali, sono, in larghissima parte, il risultato di secoli di interazione tra uomo e ambiente. Boschi gestiti, pascoli, malghe, terrazzamenti, strade, dighe, centrali idroelettriche. La montagna è sempre stata anche uno spazio produttivo. E deve poter continuare a esserlo. Altrimenti rischiamo un curioso paradosso: difendere così bene il paesaggio da perdere le persone che dovrebbero abitarlo. È un tema decisivo per le aree interne, che da decenni fanno i conti con spopolamento, invecchiamento, riduzione dei servizi e perdita di opportunità economiche. La transizione energetica può contribuire a cambiare questa prospettiva. Può diventare una nuova politica industriale dei territori. Attenzione, però. Sarebbe un errore sostituire un estremismo con un altro. Le aree interne non possono diventare semplicemente gli spazi vuoti nei quali le città collocano ciò che non vogliono vedere. Non possono essere ricoperte indiscriminatamente di pannelli o pale eoliche soltanto perché hanno meno abitanti e, apparentemente, meno capacità di opposizione. La transizione non si può fare contro i territori. Questo non significa che non li trasformerà: li trasformerà, e dobbiamo dirlo con chiarezza. È qui che dobbiamo cambiare paradigma. Se una comunità ospita un impianto che produce energia per il sistema nazionale, sappiamo che una parte del valore generato rimane sul territorio. Attraverso infrastrutture, servizi, opportunità per le imprese, occupazione, formazione, ricerca e benefici concreti per le comunità. La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto: dove possiamo costruire un impianto? Dovrebbe diventare: come può questo investimento rendere più forte il territorio che lo ospita? È questa, a mio avviso, la distinzione decisiva. Il contrario del verdismo non è lo sviluppismo. È un ambientalismo pragmatico. Un ambientalismo capace di proteggere ciò che deve essere protetto e contemporaneamente di accettare il cambiamento necessario. Capace di distinguere un intervento speculativo da un investimento strategico. Capace di valutare costi e benefici senza trasformare qualsiasi modifica del paesaggio in una profanazione. Perché anche non decidere produce conseguenze. Se non realizziamo nuovi impianti rinnovabili, continuiamo a dipendere maggiormente dalle fonti fossili e dalle importazioni. Se non costruiamo reti e accumuli, rendiamo più difficile utilizzare l’energia pulita che produciamo. E se blocchiamo ogni infrastruttura nelle aree interne, rischiamo di condannarle proprio a quella marginalità economica che diciamo di voler combattere. I dati mostrano un elemento interessante. Nei primi sei mesi del 2026 solare ed eolico hanno prodotto insieme 39,3 TWh, il valore più alto mai registrato in Italia in un primo semestre, coprendo oltre un quarto della domanda elettrica nazionale. Il fotovoltaico da solo è cresciuto del 19,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. La tecnologia sta mostrando il proprio potenziale. Il problema è riuscire ad accelerarne la diffusione senza trasformare la transizione in un conflitto permanente tra interesse nazionale e comunità locali. C’è poi un dato ancora più sorprendente. Secondo i dati di Terna, a inizio 2025 le richieste di connessione per impianti rinnovabili avevano raggiunto circa 350 GW: una quantità enormemente superiore agli obiettivi italiani al 2030. Il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, ha commentato che “si dovrà capire la credibilità” di quelle richieste: molte riguardano progetti che non saranno mai realizzati. Molti altri, però, restano bloccati tra autorizzazioni, connessioni e procedure. Il sole, l’acqua e il vento non mancano. E neppure gli investitori. Manca troppo spesso la capacità di trasformare una strategia in decisioni. Per le aree interne questa può essere una straordinaria occasione. La rivoluzione industriale aveva concentrato sviluppo, fabbriche e popolazione attorno ai grandi centri produttivi. La transizione energetica può contribuire a disegnare una geografia diversa. Il sole, il vento, l’acqua, i boschi e gli spazi necessari alla produzione energetica sono risorse fortemente territoriali. Molte si trovano proprio in quelle zone che la precedente stagione dello sviluppo aveva progressivamente marginalizzato. Questo non significa riempire le montagne di impianti. Significa riconoscere che questi territori possono tornare a produrre qualcosa di essenziale per il Paese. Energia, certamente. Ma attorno all’energia anche tecnologia, manutenzione, ricerca, competenze, imprese e lavoro. Significa passare dalla periferia al centro di una delle più grandi trasformazioni economiche del nostro tempo. Per farlo servono regole chiare, programmazione, capacità amministrativa, tecnologie adeguate, coinvolgimento delle comunità e una distribuzione equa dei benefici. Ma serve soprattutto qualcosa di più difficile da costruire: la fiducia. Perché una comunità accetta più facilmente di cambiare quando percepisce di essere protagonista del cambiamento, non quando ha la sensazione che qualcun altro abbia deciso il suo futuro. È forse questa la vera questione che si nasconde dietro i numeri sulle rinnovabili. L’Italia deve accelerare la transizione energetica e le aree interne e montane possono avere un ruolo importante nel farlo. Ma la transizione, a sua volta, può diventare una leva per costruire il futuro di questi territori. A una condizione: smettere di considerarli luoghi da conservare “sotto vetro” e cominciare a considerarli luoghi nei quali tornare a investire. Precedente next