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Emanuele non poteva andare a Milano

15/09/2026
Pensieri

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail. Bellissima. Arrivava da Napoli. Me l’ha scritta una persona che conosco poco ma stimo molto. Una persona che ha letto “Il futuro ad alta quota” e che, attraverso il libro, ha trovato un punto di contatto tra due mondi apparentemente lontanissimi: le montagne e i quartieri popolari di una grande città.

Nella mail mi raccontava di Emanuele, un ragazzo del suo quartiere, figlio della sua migliore amica. Emanuele aveva vent’anni. Aveva. Perché una sera di marzo due sicari della camorra – almeno così dicono le ricostruzioni delle forze dell’ordine – lo hanno raggiunto e freddato. In pieno centro. A un anno dalla sua morte, ha deciso di mandarmi un articolo che raccontava la sua storia.

Ma insieme alla storia di Emanuele mi ha consegnato una riflessione che continua a girarmi in testa. Mi ha scritto che, dal luogo in cui è cresciuta, il Nord è stato a lungo immaginato come una possibilità di rinascita. Un luogo bello, ordinato, ricco di lavoro e di opportunità. Quasi una promessa. Poi ha letto il mio libro. E ha scoperto le crepe. Quelle che, da fuori, non sempre si vedono. Mi ha confessato che, inizialmente, questa scoperta l’aveva persino delusa. Perché se anche quei territori apparentemente fortunati perdevano giovani, abitanti e futuro, allora significava che il problema era molto più profondo.

Credo sia esattamente così.

Napoli e le Dolomiti non sono la stessa cosa. Sarebbe sbagliato e persino irrispettoso sovrapporre condizioni economiche, sociali e territoriali profondamente diverse. Eppure, c’è qualcosa che le mette in relazione.

È la parola margine.

Siamo abituati a pensare ai margini come a luoghi che hanno poco. Poco lavoro. Poca ricchezza. Poche risorse. Poche possibilità. Ma forse questa definizione non basta più. Nella mail c’è un passaggio che mi ha colpito molto. Il suo quartiere, mi scrive, viene continuamente utilizzato come set per la moda, il cinema, la pubblicità. Produce immagini, storie, estetiche, identità.  Le montagne conoscono un fenomeno diverso, ma con un meccanismo che può essere simile. Producono paesaggio, turismo, energia, lavoro, cultura, identità. Diventano immagini da vendere, luoghi da visitare, scenari da raccontare.

In entrambi i casi emerge una domanda: quanto del valore prodotto da un luogo ritorna davvero alle persone che quel luogo lo abitano?

Forse una periferia non è necessariamente un territorio che produce poco. Può essere anche un territorio che produce moltissimo, ma non riesce a trasformare quel valore in opportunità accessibili a chi ci vive.

Ed è qui che entra Emanuele.

Nella mail c’è una frase che non riesco a dimenticare:

«Emanuele a Milano non poteva andare. Non perché non avesse qualcosa da dare. Perché non aveva gli accessi.»

Gli accessi.

Credo che dentro questa parola ci sia una parte importante della grande questione delle disuguaglianze contemporanee. Accesso a una buona scuola. Alla formazione. Alla mobilità. Alle reti professionali. Alla cultura. Alla tecnologia. Alle relazioni. Alle occasioni nelle quali qualcuno può vedere quello che sai fare e darti una possibilità.

Persino accesso alla possibilità di immaginare una vita diversa.

Perché non basta dire a un ragazzo che il mondo è aperto.

Bisogna metterlo nelle condizioni di attraversarlo.

È un problema che riguarda le periferie urbane. Ma riguarda, con forme completamente diverse, anche le aree interne e le montagne.

Nel mio libro parto da un paradosso: ci sono territori nei quali il lavoro esiste e le persone se ne vanno comunque. Per molto tempo abbiamo pensato che per trattenere le persone fosse sufficiente creare occupazione. Oggi sappiamo che non basta. Le persone cercano possibilità. E le possibilità nascono da ecosistemi fatti di università, imprese, servizi, connessioni, cultura, mobilità, innovazione, relazioni sociali. Nascono soprattutto dalla sensazione che il luogo nel quale vivi non determini in anticipo il perimetro della vita che potrai avere.

Qui Napoli e le montagne tornano a incontrarsi.

Non nella loro condizione. Non nella loro storia.

Nella domanda che pongono.

Quanto pesa ancora il luogo nel quale nasci sulle possibilità che avrai?

È una domanda enorme.

E forse ci obbliga anche a cambiare il modo in cui misuriamo lo sviluppo.

PIL, occupazione, reddito, investimenti sono indispensabili. Ma dovremmo aggiungere un’altra misura: la capacità di un territorio di allargare il campo delle possibilità delle persone che lo abitano.

Una comunità cresce davvero quando un ragazzo può scegliere di partire. Ma anche quando può scegliere di restare. E soprattutto quando la sua origine non decide al posto suo. Per questo ringrazio chi ha voluto affidarmi la storia di Emanuele. È una storia personale e dolorosa e va maneggiata con rispetto.

Ma contiene anche una domanda pubblica. Politica.

Una domanda che riguarda Napoli, Belluno e molti altri luoghi apparentemente lontani tra loro.

Il talento è distribuito ovunque. Gli accessi no. Ed è probabilmente da qui che dovremmo ricominciare a parlare di disuguaglianze, territori e – soprattutto – di futuro.