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Dall’employer branding al place branding. Ma non nel modo in cui pensate

30/07/2026
Pensieri

Il tema dell’attrattività dei talenti è diventato centrale nel dibattito sul futuro delle imprese. Si parla di employer branding, di cultura organizzativa, di welfare aziendale, di leadership empatica. Tutto giusto. Ma manca un pezzo. E quel pezzo è il territorio.

Un giovane non sceglie soltanto un datore di lavoro. Sceglie un luogo in cui vivere, costruire relazioni, crescere e immaginare il proprio futuro. Quella scelta non è solo razionale. Non è solo una valutazione di stipendi e benefit. È emotiva. È narrativa. Dipende dalla storia che quel luogo racconta su se stesso: se trasmette futuro o nostalgia, se sembra un posto in cui accade qualcosa o un posto da cui si parte.

Quando dico place branding non intendo le campagne istituzionali con il logo del territorio e lo slogan in inglese. Quelle servono a poco se la deep story degli abitanti va in direzione opposta. Intendo qualcosa di più profondo: il lavoro – lento, collettivo, spesso invisibile – di costruire una narrazione territoriale autentica, radicata nelle risorse reali, condivisa da chi ci vive e da chi ci lavora.

Le imprese possono fare molto in questa direzione. Non solo investendo nella propria attrattività interna (welfare, formazione, cultura organizzativa) ma diventando agenti attivi del mindset territoriale. Partecipando alla governance locale. Collaborando con le università. Raccontando il territorio in cui operano come una scelta, non come un vincolo. Mostrando – con i fatti, non con le parole – che in quel posto vale la pena investire.

Perché i talenti che vogliono attrarre non scelgono solo un’azienda. Scelgono un ecosistema. E un ecosistema non lo costruisce nessun singolo attore da solo: nemmeno il più eccellente.

La vera sfida dei prossimi anni non è fare employer branding migliore. È capire che l’employer branding, da solo, ha un soffitto di cristallo. E che quel soffitto si chiama territorio.